giovedì 21 novembre 2019

National Geographic Italia - novembre e dicembre 2019

National Geographic Italia - novembre 2019
Vol. 44 - N. 5 (n. 262 della mia collezione)
Prezzo di copertina: 4,90 euro
In copertina: Ritratti di donne. In alto, da sinistra: Janae' Sumter, studentessa dello Spelman College di Atlanta; Carolyn McDermott del Nebraska; Samantha Cristoforetti, astronauta. Al centro: Jennifer Doudna, scienziata; una donna Ouled Naïl in Algeria; Jessica Chege, studentessa kenyana. In basso: donna giapponese; Jane Goodall in Tanzania; una donna in abito di seta.

[In questo numero di sole donne abbiamo affidato l'editoriale a Concita De Gregorio, che si descrive come "Giornalista, scrittrice, persona curiosa, difettosa e ostinata nella gentilezza"]
L'editoriale, di Concita De Gregorio: Al punto in cui siamo. Alcune cose controcorrente, che quelle nel verso del vento le sappiamo già tutte. A che punto siamo, in Italia, mi chiede il direttore di questo giornale. E sono certissima che non avrà esitazioni nel condividere la risposta. Siamo ancora al punto in cui i giornali - i migliori, non tutti - dedicano spettacolari numeri monografici al secolo del cambiamento incarnato dalle donne, al futuro nelle mani di formidabili guerriere con articoli, storie e firme solo femminili. Ma io non ho mai visto, non mi è mai davvero ancora capitato di vedere numeri monografici sul secolo della risacca dedicato solo a uomini della conservazione, al tempo del ritorno al Medioevo illustrato dai campioni del pensiero corrente, misogino, violento, razzista e antropocentrico. Quella è la norma, è ovunque, è tutto attorno a noi. Siamo al punto in cui per l'8 marzo si chiede sempre a una donna di scrivere il commento, mai a un uomo, in giornali e palazzi e ministeri e uffici dove le donne sono in prevalenza segretarie, assistenti di produzione, social media manager tutt'al più, ma sotto la supervisione del capo. Nella stanza di vetro all'ultimo piano siedono uomini, quasi sempre e quasi ovunque, massimamente in Italia perché nel resto d'Europa ci sono donne alla guida di banche e istituzioni, di quotidiani di storia centenaria e titolatissima, di paesi. In Italia le candidate al Quirinale, a Palazzo Chigi, sono sempre nelle "rose", nomi da bruciare, di bandiera, da consumare come pasto di vigilia. Questo paese - che tra la milza e il fegato del suo corpo tiene incidentalmente la Città del Vaticano - non ha mai avuto un presidente del Consiglio donna, non lo ha mai neppure pensato e dubito che nei prossimi anni accadrà, a meno che non ci sia da fronteggiare una rovina imminente. Allora sì, allora quando tutto è perduto si chiama una tecnica, una competente da far accomodare sul bordo della scogliera di cristallo. Un passo avanti, e c'è il baratro. So di cosa parlo per esperienza personale e diretta: ancora oggi, dopo quasi dieci anni dal mio congedo, vengo presentata in pubblico come "l'unica direttrice donna" di un antico quotidiano, oggi naturalmente e purtroppo chiuso. Era un'impresa impossibile, e le molte donne che hanno contribuito a renderla una meravigliosa avventura hanno pagato un prezzo personale altissimo. Siamo al punto in cui le donne sono invitate a rassegne del cinema femminile; quelle maschili sono semplicemente rassegne di cinema. Non ho mai visto un panel, un cartellone di eventi, un seminario di formazione in cui sbadatamente le relatrici fossero solo donne, a meno che non fosse annunciato come un evento femminile, appunto. Il contrario è la norma, basta vedere una foto di una qualsiasi inaugurazione, un vertice, una riunione cruciale. Non sono maschili, quelli. Sono vertici. Eppure sono ragazze, nel mondo, le persone che lo stanno cambiando. Bambine, a volte, come Greta Thunberg. Capitane di navi di soccorso in mare, capitane di squadre di pallone che vincono i mondiali, attiviste politiche che cambiano il linguaggio e sono elette al Congresso USA, scienziate, combattenti contro l'ISIS, sorelle di vittime di violenza di Stato che pretendono e a volte ottengono giustizia, le nuove Antigone. Siamo naturalmente al punto in cui il lavoro femminile, anche quello di battaglia, è volontario, o se va bene pagato anche dieci volte meno dello stesso lavoro fatto nello stesso luogo e con le stesse responsabilità da un uomo. Anche qui: so di cosa parlo. Siamo in un paese che timidamente ha abbracciato il #MeToo, la denuncia di abusi sessuali come metodo nel mondo del lavoro, ed è stato feroce con chi lo ha fatto. Non solo - ma anche - perché siamo in un paese che condivide quel metodo in modo molto profondo, lo trova in fondo efficace e praticabile: certamente la maggior parte degli uomini ma pure le donne, molte donne. Che poi innamorarsi del professore, del capufficio, del regista pigmalione della giovane promessa può succedere, no?  Quante celebratissime attrici hanno sposato un produttore, dalle dive del cinema del passato a oggi, e quante hanno sposato l'autista? Ce ne sono, ma meno. E il contrario? Quanti giovani attori hanno sposato la produttrice? Nessuno. Posso sbagliare, magari l'eccezione esiste e non la trovo. Forse dipende dal fatto che non trovo produttrici. Pochissime, rarità, e molto concentrate sul lavoro. Non si registrano toy boy nelle loro vite.
E comunque: quando la differenza d'età è a fattore inverso non si chiamano toy girl ma nuove fidanzate, giovani mogli. Controcorrente, ancora, vorrei dire della violenza. La quale si esercita con terrificante normalità. Donne smembrate, fatte a pezzi, buttate nel cassonetto, uccise, umiliate, svilite; ma tu cosa ne sai, non sei buona a niente. Ecco: su questo vorrei ripetere qualcosa che scrivo da vent'anni. Dovremmo essere tutte perfettamente in grado, ormai - se non in condizioni di miseria estrema, schiavitù, indigenza economica e culturale - di riconoscere la minaccia quando si presenta. L'unico modo per cambiare un fidanzato violento è cambiare fidanzato. È detto, noto, manifesto. Il vero grandissimo problema è che molte non riconoscono il pericolo. Il mainstream, il pensiero dominante, non le mette in condizione di vederlo. È normale che lui pretenda. Devi essere paziente. È così che vanno le cose. Quando lo riconoscono, succede sovente, alla fine lo accettano. Lo sopportano, non si sentono in grado di affrontarlo. Non sanno dove rivolgersi, a chi. Non immaginano via d'uscita e hanno ragione. La via d'uscita sarebbe una cultura corale, diffusa, capillare di condanna della sopraffazione: a partire dalla scuola, come accade in altri paesi d'Europa. Dalla formazione nei primi anni di vita. Dal modo in cui i genitori trattano i figli maschi e le figlie femmine. C'è un governo, c'è stato in questi anni, che abbia messo al primo posto delle priorità formative l'uguaglianza? Non direi proprio, né a destra né a sinistra né al centro. E d'altra parte anche in politica le donne che fanno strada sono spesso, in Italia, quelle che "appartengono" a qualcuno. Anche fosse solo per obbedienza di corrente. E quindi sì: la soggezione, l'asservimento, rendono. La libertà costa. A volte costa moltissimo, persino la vita, e non conviene. Fino a che non si sovverte questo ordine simbolico - questo stato dei fatti strutturale - ogni discorso sulla violenza di genere sarà inefficace. Servono azioni, investimenti, non parole. Infine, proprio a questo proposito: sulla militanza femminista del nuovo millennio la mia personale e senz'altro discutibile opinione è che i gesti contino più dei proclami e dei manifesti. Servono entrambi, non c'è dubbio. Bello anche poter aderire a un appello, se convince, ma non ho ancora visto raccolte di firme far altro che confermare gli opposti schieramenti e rafforzarli. A questa altezza della vita proverei anche un'altra strada. Fare di più, dire di meno. Avere chiaro il mondo che vorremmo e comportarsi come se fossimo già lì. Vivere come se tutto attorno il resto fosse già cambiato. Anche nel proprio piccolo ambito, anche nella riunione scolastica, o sportiva, o di condominio. Silenziosamente, ma fermamente, agire nella direzione della meta come se fossimo già a destinazione. Per esempio parlare sempre con sincerità, e non avere paura neppure di dire "non so", e dubitare, e prendersi il tempo che serve per capire, e chiedere consiglio, e ascoltare. Poi fare come ci sembra giusto, sempre, e pazienza se non fa like sui social. Anzi, vi dirò. A volte è persino meglio. Perché la reputazione e la popolarità si costruiscono nel recinto del pensiero dominante, ed è fatale - inevitabile - essere impopolari quando si scarta di lato, quando si esce dal perimetro già segnato per chi dice e chi dissente. Le grandi donne che hanno cambiato il mondo sono state spesso molto sole. Le celebriamo oggi, ma i loro contemporanei le hanno rese invisibili. È così ancora oggi. Le irregolari sono quelle che non si curano del coro e vanno avanti in direzione ostinata e contraria. Spesso in silenzio, senza celebrazioni. Sono tante. Per la prima volta da molti anni sono anche in grado di riconoscersi e tenersi, da lontano, per mano. La grande novità sulla scena mondiale mi pare questa: la fine della solitudine. La consonanza, l'ammirazione reciproca, la possibilità di sentirsi risuonare in chi, dall'altra parte del mondo, a casa sua, cammina lo stesso cammino. Non c'è verso che non sia questa, la rivoluzione. Quando accadrà sarà perché ha finito di accadere. Succederà un giorno, e sarà la fine di un processo lungo anni, mesi, giorni. Questi giorni. Che lo vogliate o no, che lo sappiate o no, come dice Megan Rapinoe, la capitana della nazionale di calcio USA coi capelli viola. Stiamo tutti andando lì.

Dalla direttrice editoriale, Susan Goldberg: Le nostre voci. Non c'è neanche una donna nella prima scena della storia di National Geographic. È il 13 gennaio 1888 e 33 uomini di scienze e lettere si riuniscono in un club di Washington, D. C. per dare vita alla National Geographic Society. Nel nostro archivio non abbiamo fotografie di quell'evento. Nessuno le scattò, il che è a dir poco ironico, visto che National Geographic deve gran parte della sua fama al suo straordinario archivio di immagini da tutto il mondo. Col passare del tempo, man mano che cresceva l'archivio della National Geographic Image Collection (fino a raggiungere oltre 64 milioni di immagini fisiche e digitali) abbiamo creato involontariamente un archivio parallelo: una cronaca globale della vita delle donne fino ai giorni nostri. Scattate perlopiù nell'arco dello scorso secolo, queste istantanee di un'epoca ci mostrano come venissero considerate e trattate le donne e quanto potere avessero, o non avessero. Sono immagini che gettano luce su quello che una volta veniva definito, in modo un po' antiquato, "il posto di una donna", un concetto che si sta evolvendo sotto i nostri occhi. Vedrete molte immagini dell'archivio in questo numero speciale sulle donne, il primo del magazine in cui tutti i contributi - testi, fotografe e illustrazioni - sono realizzati esclusivamente da donne. Con questo numero inauguriamo su tutti i nostri canali - cartaceo, digitale e televisivo - un anno intero di copertura dell'universo femminile in cui esploreremo la vita delle donne e gli enormi cambiamenti che oggi stanno interessando donne e ragazze di tutto il mondo. Nell'immagine che accompagna questo testo si può vedere l'inizio di quell'evoluzione: un'enorme folla radunata a Washington intorno a un corteo di donne che manifestano per il diritto di voto, ottenuto in USA nell'agosto 1920. Celebreremo per tutto il 2020 il centenario di quella vittoria che, naturalmente, fu solo un inizio. Questo numero speciale documenta come le donne si stiano sollevando in tutto il mondo per reclamare i propri diritti civili, individuali e professionali. Accade con #MeToo e con i movimenti per la parità di retribuzione; accade tra le parlamentari ruandesi, tra le donne indiane, che pretendono più sicurezza, e tra le ricercatrici nel mondo scientifico, che chiedono che il loro lavoro venga finalmente riconosciuto. Tra un servizio e l'altro troverete una serie di interviste e profili di donne affermate. Sono scienziate e "guerriere", come loro stesse si definiscono, per la giustizia sociale; avvocate, filantrope, scrittrici e atlete; una dottoressa appena tornata da una zona di guerra e una corrispondente di guerra. Quattro di loro sono nella classifica Forbes 2018 delle 30 donne più influenti del mondo. Abbiamo posto le stesse domande a tutte queste donne straordinarie e siamo felici di condividerne il risultato. Tutte sono fermamente convinte di una cosa: che le donne che seguono le loro convinzioni possano superare qualsiasi ostacolo. "Non accettate mai un no come risposta", dice la giornalista Christiane Amanpour, a cui fa eco la stella del calcio statunitense Alex Morgan: "Non vi scoraggiate nel vostro viaggio". "Viaggio" è la parola adatta per riflettere sulla storia delle donne. Nel 1992 lavoravo in un quotidiano che, assieme a molti altri, aveva proclamato quello l'Anno della donna. Fu l'anno in cui era stato votato il maggior numero di donne alla Camera dei rappresentanti USA (24 su un totale di 435 membri) ed era stato eletto il maggior numero di donne al Senato (6 su 100). Per quanto oggi sembri ingenuo, allora l'evento fu salutato come presagio di un vero cambiamento. Un certo scetticismo è legittimo quando si sente dire che la condizione delle donne sta migliorando. Questa volta, però, almeno per me, è diverso. Lo è. Dalla sua fondazione, National Geographic ha avuto dieci direttori. Io sono la decima, la prima donna a ricoprire questo incarico, una nomina che in passato sarebbe stata impensabile. Ovunque si guardi, le donne raggiungono posizioni gerarchiche sempre più alte: negli affari, nelle scienze, nella legge. E decidono loro come mostrarsi ed esprimersi, perché i sistemi di comunicazione e i social media consentono loro di sottrarsi al controllo dei sistemi patriarcali che prima le soffocavano. Oggi sono i numeri stessi a raccontarci del cambiamento. In tutto il mondo, nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo, il numero di donne elette è enormemente aumentato. Si può vedere un'istantanea di questo cambiamento nelle mappe e nelle infografiche esclusive di questo numero. Nel corso dell'anno condivideremo con voi storie incoraggianti di donne che nel secolo scorso hanno ottenuto diritti, protezione e opportunità. Probabilmente ci imbatteremo anche in casi di donne che hanno vissuto esperienze di segno opposto: diritti e opportunità negate, vulnerabilità sfruttate, meriti ignorati. In tutti questi 130 anni di cronaca sulle culture del mondo abbiamo visto come la disuguaglianza può rendere gli oppressi invisibili e inascoltati. In occasione di questo anniversario vogliamo portare ancora più alla luce la vita delle donne e dare ancora più spazio alle loro voci. Grazie a tutti i lettori di National Geographic.

- Il futuro? Meglio che sia donna. È ora che le donne reagiscano a condizioni di inferiorità, pretendendo uguaglianza e godendosi senza rimorsi ambizione e successo.
- La storia nelle immagini. L'archivio fotografico di National Geographic contiene milioni di foto. Che cosa ci racconta sulla vita delle donne?
- Plasmando il futuro. In tutto il mondo le donne fanno sentire la propria voce per ottenere un trattamento uguale in società dominate dagli uomini. Una lunga lotta fatta di campagne, attivismo, proposte di legge e duro lavoro, nella speranza che il futuro porti a un reale cambiamento nella società.
- Farsi sentire. Abbiamo posto una serie di domande ad alcune donne di spicco della nostra società. Leggete le loro risposte.
- La condizione delle donne nella società: ecco i numeri. Nessun paese è perfetto quando si parla di parità di genere, ma alcuni sono meglio di altri per le donne. Il Women, Peace and Security Index cerca di valutare queste disparità globali misurando l'inclusione delle donne nelle società, il senso di sicurezza e l'esposizione alla discriminazione, indicatori chiave della loro condizione.
- Ruanda, il paese delle donne. In seguito al genocidio del 1994, in cui molti uomini hanno perso la vita, le donne si sono fatte avanti per riempire i vuoti nelle posizioni di potere, dando vita a una nuova era.
- Riprendersi la città. Da sempre le donne indiane vengono molestate nei luoghi pubblici. La nostra reporter ci racconta del progresso nella sicurezza ottenuto a New Delhi grazie a una serie di misure per la loro indipendenza e tutela.
- Dove sono le donne nella scienza? Nel mondo scientifico non mancano ricercatrici, ma sono sempre state discriminate.
- Samantha Cristoforetti. Colloquio con l'unica astronauta europea.
- In trincea. Crescono le opportunità per le donne nelle forze armate. Una tendenza in tutto il mondo, che incrementa la presenza femminile sui fronti, ma anche nelle posizioni di comando. Il resoconto di una grande fotoreporter.
- Soldate d'Italia. Sono solo il 5%, ma il loro apporto è sempre più importante.

National Geographic Italia - dicembre 2019
Vol. 44 - N. 6 (n. 263 della mia collezione)
Prezzo di copertina: 4,90 euro
In copertina: Chiese, moschee, sinagoghe ed altri luoghi sacri di Gerusalemme si contendono lo spazio della Città Vecchia, sia in superficie che nel sottosuolo. Illustrazione di Bose Collins.

Editoriale (del direttore Marco Cattaneo): L'isola ponte. Tornavamo lì ogni giorno, il sole che si abbassava alle nostre spalle, seduti davanti alla casa del fattore di zio Andrea, due fette di salame e un bicchiere di vino. Perché da lì, sul versante della collina che da Monreale digrada verso Palermo, si poteva godere dello spettacolo inestimabile del golfo che si tinge di nero all'imbrunire. In un silenzio irreale, distante dal brulicare umano della città. Eravamo verso metà degli anni Ottanta. Zio Andrea non era mio zio, era lo zio di un amico con cui ero in vacanza. Ma divenni in pochi giorni un nipote adottivo per quell'uomo dal portamento altero, con la sua massa di capelli biondi appena ingrigiti dal tempo e gli occhi di un blu penetrante. Normanno era, zio Andrea. Pronipote di una di quelle 13 dominazioni da cui, secondo Andrea Camilleri, i siciliani "hanno preso il meglio e il peggio". E in quel Normanno che a Palermo accoglieva in famiglia un ragazzotto milanese, sia pure temporaneamente, c'era - c'è - un riassunto della Sicilia. Di una terra attraversata per millenni da forestieri giunti dai quattro punti cardinali. E che a volte qui hanno trovato casa. In queste pagine le parole di Susanna Turco e i ritratti di Giancarlo Ceraudo ci raccontano la Sicilia delle migrazioni di ieri e di oggi, un po' "mosaico umano", un po' esperimento sociale, dove convivono e si contaminano culture e identità. Una terra dove, ci scrive Susanna Turco, con i piedi piantati nel passato si costruisce, forse, la società del futuro. Vista da questa prospettiva, protesa attraverso il Mediterraneo, la Sicilia pare più un ponte che un'isola.

- Nelle viscere di Gerusalemme. È la città santa per eccellenza, con luoghi sacri alle tre grandi religioni monoteistiche. Ma nel sottosuolo di Gerusalemme si cela uno dei siti archeologici più importanti del mondo, in cui ogni scavo può portare alla luce tesori inestimabili, scatenare dibattiti o inasprire vecchie tensioni.
- Dipendenti dalla plastica. I comodi oggetti monouso dominano la nostra vita. Possiamo riuscire a farne a meno?
- La tigre della porta accanto. Ci sono più tigri in cattività negli Usa che in natura nel resto del mondo. La nostra inchiesta.
- Salvare i parchi africani. I parchi nazionali del continente possono essere salvati? Forse sì, se vengono gestiti come aziende.
- Sicilia, mosaico umano. La regione più multietnica d'Italia è sempre stata un esempio di tolleranza e convivenza pacifica.
- Fotodiario: antichi riti per bimbe di oggi. Da secoli Colmenar Viejo, un paese spagnolo, saluta la primavera mettendo in posa delle bambine sugli altari.

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